Glauco Cavaciuti: “Un gallerista deve vendere emozioni, non solo quadri”
Pabla Pastene
14 ott 2025
Intervista a Glauco Cavaciuti, gallerista milanese, sul suo incontro con Pietro e sul valore della normalità nell’arte contemporanea.
L’inizio di un incontro fortunato
«Ciao, Cile!», saluta con un sorriso Glauco Cavaciuti. A 54 anni, il gallerista milanese ha già attraversato diversi capitoli della storia dell’arte: dal collezionismo del Seicento, all’arte del Novecento, fino a quella contemporanea. «Da quando ho diciassette anni mi occupo d’arte. Compro, vendo e vivo di arte. È un amore che non mi ha mai lasciato.»
Racconta che l’incontro con Pietro è nato per caso, durante un aperitivo con un’amica, Chiara Cazzamali. «Mi disse di aver conosciuto un artista che mi sarebbe piaciuto. A dire la verità, ricevo proposte simili ogni giorno: amici, parenti, fidanzati o figli di qualcuno che dipingono. Ma quella sera, mentre Chiara parlava, ho aperto Instagram e ho scritto direttamente a Pietro. Dopo pochi minuti avevamo già fissato un appuntamento per il giorno dopo.»
Cavaciuti ricorda con affetto quella prima visita nello studio di Lodi: «L’ho trovato vero, sincero, con le tele sparse per terra, non per disordine ma per naturalezza. Mi sono piaciute subito. Non ricordo se ne ho comprate cinque o dieci, ma gli dissi: “A febbraio ti faccio una mostra”. Era settembre. Non è qualcosa che faccio spesso, ma sentivo che c’era qualcosa di speciale.»

Un vero talento
Da quel momento, il percorso di Pietro è stato rapido e sorprendente. «Quando ci siamo rivisti, era arrivato con sessanta opere, tutte diverse, una più bella dell’altra. Io pensavo che ne avrebbe fatte trenta. È stato un momento bellissimo: abbiamo allestito insieme la mostra, con grande entusiasmo.»
La prima esposizione attirò più di ottomila visitatori in un mese, e la seconda, l’anno successivo, oltre diecimila in una settimana. «È stato straordinario, ma la mia è una galleria privata: non potevamo gestire numeri così alti. Così abbiamo deciso di spostare la mostra in uno spazio pubblico, alla Pinacoteca Ambrosiana. Antonello Grimaldi ha creduto in Pietro e nel progetto, accogliendoci in uno dei luoghi più antichi e simbolici di Milano. È stato un gesto bellissimo.»
Per Cavaciuti, la scelta di un luogo accessibile aveva anche un valore umano: «Volevamo permettere a tutti di entrare, anche a chi, come le persone con disabilità, non poteva visitare la galleria per via delle scale. L’arte deve essere per tutti, e questa mostra lo ha reso possibile.»
Sui brand, i social e la naturalezza
Quando si parla delle collaborazioni tra Pietro e i brand, Cavaciuti sorride: «Di quello si occupa lui direttamente. Io osservo da spettatore, ma sono felice di vedere che lo scelgono per la sua spontaneità. Pietro non costruisce un’immagine: è semplicemente se stesso. È naturale, autentico. Una qualità rara, oggi.»
Riflette poi sul significato di questa “normalità” che tanto apprezza:
«Oggi essere normali è quasi rivoluzionario. Essere veri, parlare con semplicità, esprimere concetti profondi senza artifici. Pietro ha questa dote. Riesce a toccare emozioni universali con parole e immagini semplici.»

Il mestiere del gallerista
Cavaciuti descrive con passione il suo ruolo: «Un gallerista non deve vendere un pezzo di colore appeso al muro. Deve vendere un’emozione. Il mio compito è cercare quell’emozione, riconoscerla in un artista e riproporla al pubblico. È questo che mi ha fatto crescere e mi ha permesso, dopo tanti anni, di essere un piccolo punto di riferimento a Milano.»
Un percorso tra arte e vita
Durante il tour nello spazio espositivo, Glauco mostra alcune opere di Pietro: tele ispirate alla celebre Canestra di frutta di Caravaggio, reinterpretazioni ironiche di icone come Schiaparelli e Gucci, e una serie di lavori dedicati ai messaggi (“DM”) che l’artista ha trasformato in un libro d’artista andato esaurito.
«Questa opera su un vecchio sacchetto di Gucci parla del tempo che passa e della necessità di goderlo. È una dedica romantica, un gioco tra le stelle e le parole», spiega mentre cammina tra le sale. «E poi, questa dedicata a Casa Cipriani... un piccolo omaggio alla bellezza e ai piaceri semplici: pasta, vino e baci. La vita, insomma.»

L’incontro tra arte, moda e visione
Nel racconto di Cavaciuti, arte e vita si intrecciano con naturalezza —e in questo intreccio si riconosce la filosofia di Rosato Studio & Agency: la ricerca della bellezza autentica, la cura per il dettaglio e la capacità di connettere mondi diversi attraverso un linguaggio estetico condiviso.
Questa conversazione non parla solo di pittura, ma del dialogo costante tra arte e moda, tra emozione e rappresentazione. Le tele di Pietro, nate da un gesto spontaneo, trovano eco nei codici del lusso contemporaneo, dove il messaggio e la materia convivono con la stessa intensità.
Come nel lavoro di una maison o in una campagna editoriale, anche qui si intrecciano immaginario, visione e sensibilità.
Per Rosato, questa intervista rappresenta un ponte tra discipline, una testimonianza di come la cultura visiva contemporanea possa essere, insieme, commerciale e poetica, effimera e eterna.
In fondo, come ricorda Cavaciuti, «un gallerista non vende un quadro, ma un’emozione» —e forse anche chi comunica, disegna o racconta storie, fa esattamente lo stesso.
Ringraziamenti
Ringraziamo di cuore Glauco Cavaciuti per averci accolto nella sua galleria milanese e per aver condiviso con noi il suo sguardo sensibile e umano sull’arte.
E un grazie speciale a Pietro, per averci invitato all’inaugurazione della sua mostra presso la Pinacoteca Ambrosiana, dove l’arte contemporanea incontra la storia e la luce di Milano.
